Ogni anno ho un rituale attorno al 20 febbraio. Riguardarmi z3r0. Il gioco che faccio è guardarlo con “il senno di poi” e scoprire quante cose avevamo anticipato. Quest’operazione la definisco “Esegesi di z3r0”. z3r0 è stato un progetto ambizioso, ma ha segnato anche un punto di cesura tra due mondi, tra due modi di vivere la realtà. Non entro nei discorsi personali miei e di Konte (al secolo Roberto Ferluga), regista assieme a me di uno dei lavori più assurdi e originali che abbia mai fatto, che furono l’elemento scatenante, perché, a mio avviso, erano la scusante. Percepivamo il passaggio. Sentivamo che da lì a poco qualcosa nel modo di vedere e vivere il mondo sarebbe mutato, non solo nelle nostre vite, nelle amicizie, nei rapporti, ma, in una sorta di continuo dialogo tra micro e macrocosmo, anche a livello globale. Potremmo limitarci a una lotta tra idealismo e disillusione, oppure leggere tra le righe la fine degli ideali stessi, (nostri?), o banalmente l’aver saputo assaporare il gusto agrodolce del cambiamento. Tutta questa tensione superficiale di opposti che si attraggono e respingono sono già evidenti nella prima inquadratura, non possiamo parlare di scena vera e propria in quanto è girato in piano sequenza, ma su questo ci torno più tardi. All’inizio vediamo un foglio sotto il parabrezza di un’auto bagnata dalla pioggia. Il foglio è il “manifesto” di z3r0 “Salve mondo, oggi è una bellissima giornata”. Non lo è. Piove. Ma idealmente è la più bella giornata del mondo. La sua fine.
Il primo personaggio è Link, il collegamento che “apre” la porta dell’ultimo giorno e il testo in voice over decreta l’arrivo della bufera. Il pezzo di Max alla fine è un inno alla fine del mondo. Poi il film continua con moltissimi riferimenti, molto spesso inconsapevoli e a dir poco casuali, a quello che ci stava succedendo, quasi il film stesso fosse un oracolo della nostra realtà.
z3r0 è stato girato principalmente in bianco e nero e la scelta del piano sequenza non fu casuale. Tutto però deriva da un film che avevo visto a San Francisco una sera in un servizio di streaming ante-litteram che poi sarebbe diventato Hulu. Il film in questione è Big Monday del 1999 opera prima di Michael T. Rehfield. Il film è un cortometraggio indie girato in un unico pianosequenza che racconta il viaggio di un ragazzo verso il suo primo colloquio di lavoro e, nel mentre, incontra figure che sono dei “ganci” alla sua esperienza. Di per sé il film non è un capolavoro anche se ha vinto qualche premio nella scena indie della west coast, ma il fatto di aver usato una videocamera come la mia mi aveva esaltato e anche l’aver accettato, e di conseguenza pianificato, che il film fosse lungo quanto la durata della cassetta mini dv, che all’epoca era di ca. 45 min. Questo è una mia fissa che lega tecnologia e creatività. Sono sempre attratto dalle soluzioni che derivano da un limite tecnico/tecnologico.
La seconda scena nella casazero c’è il primo incontro con il fil-rouge del film, la Regina Bianca, che ci accompagnerà lungo il viaggio, musa e giudice severo dell’ultimo giorno. Il primo pezzo musicale dei L’Espoir è Neve. Sia il nome del gruppo di Scalva che tradotto dal francese significa speranza che il testo della canzone è un continuo riferimento al disastro verso il quale ci dirigiamo “Prova a camminare con le tue gambe e scopriti zoppo. Prova a non affondare Prova a tagliare i fili d’oro e guarda la tua colonna vertebrale schiantarsi al suolo”. E sulle note di uno dei pezzi più belli di z3r0 vediamo il Sogno dipingere zeri con l’acqua di mare, segno che scompare quando l’acqua si asciuga ma rimane il sale (della vita), rimane l’esperienza, segno effimero dei nostri desideri ma immortale. L’acqua evapora ma il sale rimane.
Sul finire della canzone si vedono le immagini della creazione del cerchio magico, del piccolo parlamento dove ci confronteremo sul nostro essere, sulle scelte, su chi siamo, eravamo e saremo. Il teatro della scelta. La divisione prima della polarizzazione.
E si ritorna nella strada verso la manifestazione dove, in perfetto stile di meta-cinema, Dio (Max) e Link (Gianluca) parlano del film inconsapevoli che ne fanno parte con un concetto secondo me fondamentale nella filosofia di z3r0 “se il cast si crea, si autocrea”.
Il cammino porta verso la manifestazione, ma la scena cambia, passa nel non luogo della scelta (Dio fame un sorriso), dove Dio e la Morte giocano l’immortale. Dio parla di quello che deve accadere come se fosse già accaduto, in una sorta di riavvolgimento temporale, ma scopriamo che è uno scrittore che sta creando la storia in tempo reale e la sta fissando in modo imperituro attraverso una chat (!?!). Terribilmente e concretamente entra il pezzo dei Cosmogringos e le immagini mostrano l’arrivo degli altri personaggi nel cerchio magico, ognuno con il proprio ruolo. E non per caso durante il pezzo si vede la manifestazione londinese contro il capitalismo intervallata dalla Battersea Power Plant, citazione pinkfloydiana voluta, ad anticipare lo scontro tra chi vuole andare a manifestare e chi non vuole passare l’ultimo giorno del mondo con gente che non gli dice niente. Ed entra in gioco anche la realtà con la citazione dell’Ideale “ma questa non è una roba reale” parlando del cerchio magico e della decisione stessa, mettendosi inconsapevolmente in dubbio. Nella scena ci sono il primo Messaggero e THC che cerca di smorzare i toni e questa parte assieme al dialogo tra la Follia e la Razionalità sono gli elementi centrali del film. Il “basta credere” della Follia sembra quasi in antitesi con il “branco nel quale non ti senti di appartenere” del dialogo tra la Morte e Dio. In questo dialogo c’è anche una delle premonizioni più grosse “verrà fuori solo il vandalismo dei centri sociali”, ma la follia interviene con un concetto già anticipato nel film “l’aspetto estetico delle cose”. Questa è una parte che amo del film e osservo sempre la Razionalità che ha lo sguardo fisso sulla scacchiera come in una forma di trance indotta per non ascoltare.
E si ritorna al metacinema e in questo caso è l’unica volta che non riprendo io ma Max e scendendo verso la città in macchina si parla di sceneggiatura, di finali di dialoghi.
La scena che segue è lo sbotto della Razionalità “tre tipi assurdi che parlano di cose assurde… qua ci casco”. Tra la razionalità e la Follia, in acqua, c’è un’altro elemento anticipatore, la schermata di un sistema di IA primitivo che permetteva a inizio anni 2000 di comparare le proprie opinioni con le opinioni degli altri. Mentre la Follia sparisce nel mare la Razionalità cerca di prender il soppravvento ma la Follia ritorna con un altro argomento che all’epoca era agli inizii, il cambiamento climatico con la Natura e la Follia che ne parlano ma il Caos è sempre presente.
Qua si entra nella fase finale del film dove Dio lascia Link con l’Alchimista, dirigendosi verso i potenziali scontri. C’è l’ultimo scambio tra tutti i protagonisti che si conclude con “Forse siamo noi che non abbiamo senso” e le voci si sovrappongono creando un brusio continuo e sempre meno decifrabile, le immagini aumentano di frequenza, gli scontri sono in atto, ma forse Dio ha una soluzione incontra il secondo Messaggero e si dirige verso la manifestazione sulle note di “Non c’è più traccia di me” e parte la frase finale.
“La fine del mondo? Una sorpresa, me la immaginavo completamente diversa, questa è la fine dell’attimo, delle esperienze, delle situazioni, dei momenti personali che ha l’essere umano così può vivere meglio il momento successivo”
“Dedicato a noi, chi vivo, chi morto, chi perso.”
20/02/2026
