30 Ago 2018
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#003 La grotta

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Le sensazioni sono contrastanti, un senso di completezza è frastagliato da insicurezza. Sarò in grado. Sarò capace di comprendere questo mondo. L’effetto estetico però è fantastico, quasi estatico quando si mette piede sull’isola VR. La scelta è azzeccata, l’isola è lì, devi raggiungerla ed è il riassunto simbolico che lega il territorio, lo spazio al concetto. Michel Reilhac durante la conferenza stampa di presentazione della VR ha definito “il cinema è l’arte di manipolare il tempo, la VR è l’arte di manipolare lo spazio”.

Della speleologia e del grottismo

Trieste ha una storia particolare, in breve tempo passò da piccola città a porto imperiale degli Asburgo. La crescita demografica che ne seguì portò il numero degli abitanti a 240.000 a fine ‘800, adesso ne ha poco più di 200.000. Questo creò anche una crescente esigenza di risorse idriche; così un ingegnere padovano di nome Antonio Federico Lindner, arrivato a Trieste per cercare il carbone nelle alti valli del Timavo, comprese la complessa conformazione del territorio attorno alla città e, appena apprese del progetto di un nuovo acquedotto, propose una sua soluzione. La città è sprovvista di fiumi e si affaccia sul mare adriatico lambendo le pendici del Carso. Il Carso è l’altipiano che sovrasta Trieste ed è caratterizzato dalla presenza di rocce calcaree che si dissolvono con l’acidità dell’acqua. In migliaia di anni l’acqua ha sciolto la roccia e “bucato” il Carso creando magnifiche grotte e facendo scomparire dentro di esse l’acqua di superficie. Così nei dintorni di Trieste c’è un fiume, ma sotterraneo. Il fiume si chiama Reka (in sloveno significa “fiume”) quando scompare nelle viscere della terra presso San Canziano e, dopo 40 km di viaggio sotterraneo parzialmente ancora sconosciuto, sfocia nel mare adriatico con il nome di Timavo. Già questi pochi ingredienti, come la mancanza di acqua, il fiume che c’è ma non si vede e la presenza di tante “porte per l’inferno”, bastano per creare il thriller che porta il nome di speleologia.

Il termine speleologia non nasce però da queste parti perché nello stesso periodo, a fine ‘800, nel sud della Francia, un esploratore di nome Édouard-Alfred Martel andava per grotte definendo questa pratica un ramo della geografia fisica. A Trieste non si aveva tempo di teorizzare, a Trieste c’era bisogno di acqua e il buon Lindner, si faceva indicare dagli abitanti dei paesi del Carso triestino la presenza di grotte che avrebbero portato, secondo lui, a dei fiumi sotterranei. L’acqua doveva pur andare da qualche parte. Gli aiutanti di Lindner erano quasi sempre dei contadini sloveni che per qualche soldo in più lo accompagnavano nell’esplorazione delle grotte. Questi erano i primi speleologi al mondo senza sapere di esserlo. Ma cercare l’acqua non era uno sport, era un lavoro che aveva molte cose in comune con il lavoro in miniera. Spesso bisognava “allargare” dei passaggi e bisognava utilizzare dell’esplosivo. Così questi esploratori dell’ignoto non erano speleologi ma Grottenarbeiter, che in tedesco significa lavoratori delle grotte e i vecchi speleologi triestini non si definiscono tali bensì grottisti. Lindner raggiunse il Timavo a ben 300 metri di profondità ma il progetto di un acquedotto non fu mai fatto, viste le ingenti somme per realizzare un’opera colossale. La storia di Lindner non finisce bene, il progetto lo portò alla rovina e morì a soli 41 anni senza che ne fosse riconosciuta la lungimiranza nella ricerca speleologica. Trieste e i suoi dintorni sono pieni di aneddoti legati alle grotte ma non è di questo che vi voglio raccontare.

Grotta Gualtiero Savi o Oniria

“Ore 9.32 dell’11 ottobre 2017. Sto aspettando Ivan sotto casa sua. Oggi primo giro in grotta e ho deciso di portarlo in una tra le più belle grotte del Carso.”

La sera prima avevo chiamato Giannetti della Commissione Grotte Eugenio Boegan per chiedergli le chiavi della grotta Gualtiero Savi o Oniria. Sì, alcune grotte sono chiuse a chiave per controllarne l’accesso e garantirne l’integrità. Questo non significa che non sia accessibile ma che bisogna chiedere ad uno dei gruppi grotte l’accesso e poi si viene accompagnati, sempre che non ci sia in atto qualche tutela di tipo ambientale. Ad esempio per un periodo non potevamo entrare in quella grotta perché c’erano le nidiate di pipistrelli e i gruppi grotte controllano e tutelano l’ambiente sotterraneo anche monitorando questi aspetti.

La grotta fu scoperta nei primi anni ’90 da un socio della Commissione Grotte. Se vi siete chiesti cosa sia la Commissione Grotte Eugenio Boegan dedicherò un post solo a questo, intanto vi anticipo che è il gruppo grotte più antico al mondo ancora in attività e del quale sono fieramente socio. La tecnica per la ricerca delle grotte è antica ma efficace e fa dei grottisti una categoria dedita al tabagismo. Lo so che sto parlando solo di grotte e poco di VR e ci arriveremo, ma prima voglio spiegarvi le basi da cui siamo partiti per poi evolvere nel lavoro finale. Come vi dicevo i vecchi grottisti sono dediti al tabagismo, sicuramente il vizio gioca la sua parte ma, lasciatemela passare, hanno fatto del vizio una virtù. Ora vi dirò una cosa stranissima che avrà due conseguenze, o abbandonerete questo sito e non tornerete più oppure continuerete a seguire questo racconto con ancora più interesse. Le grotte respirano. Sì, avete capito bene. Respirano. Ed è tutto colpa della temperatura.

La temperatura in grotta è costante ed è di solito la temperatura media stagionale del luogo dove si trova la grotta. Ci sono anche altre variabili ma semplifichiamo per facilità di comprensione. Se la temperatura media d’inverno è di -10° C e la media d’estate di 30° C, la temperatura della grotta sarà la media delle due ovvero circa 10° C. Nella zona di Trieste la temperatura delle grotte è tra gli 11° e i 13° con leggere variazioni. Ma cosa c’entra il tabagismo con la temperatura? La risposta è fisica. Non fisica nel senso del corpo ma fisica come quella nobile scienza che studia i comportamenti naturali. D’estate la temperatura esterna è più alta della temperatura della grotta perciò l’aria tenderà ad entrare creando un leggero risucchio mentre d’inverno l’aria più calda all’interno tenderà ad uscire così “soffierà”. I grottisti quando fanno le battute alla ricerca delle grotte lo fanno in determinati periodi. La Savi venne scoperta così. Il fumo della sigaretta entrò nella roccia e fece scoprire uno tra i più bei tesori sotterranei del Carso triestino. D’inverno se nevica si possono notare sul Carso dei punti dove la neve è sciolta, la sotto ci sarà sicuramente una grotta.

Immergersi nella terra

“Arrivati al parcheggio di Draga ci cambiamo, consegno il caschetto ad Ivan e controllo che ci siano le batterie e che la luce funzioni”

La grotta che visitiamo non è difficile ed in gergo tecnico viene definita una cavità a conformazione sub orizzontale, tradotto in parole povere vuol dire che si cammina. Non servono attrezzature come imbraghi o strumenti per la progressione su corda ma solo una tuta da meccanico, degli stivali di gomma, che a Trieste chiamiamo Trombini, e un paio di guanti, oltre ovviamente al caschetto con luce e batterie. Dopo circa una decina di minuti di cammino con una vista strepitosa sulla Val Rosandra, arriviamo alla botola che chiude la Savi. Il giro che voglio far fare a Ivan è poco meno di 1 km ma comprensivo di un paio di divertenti e semplici strettoie che permettono di vivere questo giro come una vera e propria esplorazione in particolar modo per chi non è avezzo ad andar per grotte.

Nella prossima puntata vi racconterò come ho iniziato a riprendere video a 360, di accrocchi di videocamere tenuti su da nastro adesivo e della ripresa video equirettangolare.

Questi i link al primo e al secondo episodio.

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