29 Ago 2018
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#002 Si può fare

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Un caffé per capire

Non sentivo Ivan da veramente tanto tempo. Ivan Gergolet è un vecchio amico, diciamo una di quelle persone che anche se non le vedi per anni o non le frequenti, quando le incontri hai quella sensazione di “dove siamo rimasti?”. Come se il tempo perdesse significato sotto la lente di una sensazione. Ivan è un regista. Ci incontrammo per caso qualche anno fa a San Martino del Carso quando lui era ancora studente al DAMS di Bologna ed io ancora in piena ricerca di me stesso nel mondo del video. A dire il vero quell’incontro coincide con il periodo in cui facevo il pendolare tra Trieste e Torino per il progetto VR che ho accennato il post scorso.

Il cinema palestra

La telefonata fu molto veloce, mi accennò di un progetto per un corto che aveva in mente e che voleva parlare con me per poterlo fare in 360 visto che aveva saputo che lavoravo con il video immersivo e visto che aveva scoperto che sono speleologo, anche se io preferisco definirmi grottista e anche di questo parleremo più avanti. Ci vedemmo il giorno dopo e, seduti in un bar vicino all’ormai ex Cinema Excelsior diventato mestamente una palestra low-cost, parlammo della sua idea. I luoghi non vengono scelti per caso e incrociano le nostre strade come per indicarci una via, dobbiamo solo saper leggere questi segnali. Quel cinema per me era storico e ci sono in qualche modo affezionato. Su quello schermo venne proiettato per la prima volta un mio lavoro nel lontano 1994 durante il Trieste Film Festival. The Rose è un breve video tra arte e sperimentazione dove si vede perfettamente l’acerba voglia di voler dire qualcosa ma soffermarsi con rivoluzionaria gioventù all’aspetto meramente estetico della cosa perdendo di vista l’idea primaria. A quanto sembra non era tanto male perché fu presentato in una selezione di video arte del Locarno Film Festival e in qualche altro festival minore. Il fatto che quel cinema adesso sia una palestra low cost la dice lunga sulla cultura di questo paese, ma non voglio addentrarmi in tematiche che potrebbero farmi diventare scurrile, ma forse non tutto è perduto.

Si può fare

Tra un sorso e l’altro del mio capo in B Ivan mi spiegò la sua idea. Un corto ambientato in grotta e, girato in modo tradizionale, non lo convinceva e non aveva quell’impatto che si aspettava, così mi chiese se si poteva tentare di farlo in 360. Mi mostrò uno storyboard disegnato benissimo, solo lo storyboard poteva essere un fumetto pronto per la pubblicazione. Mi affascinò la cura dei dettagli e mentre guardavo quei disegni si formavano più che “inquadrature” delle vere e proprie ambientazioni. Nel 360 le inquadrature del cinema tradizionale non esistono, ma in fondo c’è sempre la necessità di veicolare l’attenzione, diciamo che la tecnica è diversa e ne parleremo in seguito. Se devo essere sincero non c’era bisogno di forzare l’immaginazione perché, mentre Ivan mi raccontava la storia, le immagini nella mia mente si creavano in un automatismo che aveva qualcosa di onirico e questo era sintomo di una storia che funziona. Ovviamente la risposta fu “Certo che si può fare”, non volevo fare la classica citazione di Brooksiana memoria inserita nel titolo di questo capitolo, ma ci poteva stare benissimo. Per capire meglio la fattibilità gli proposi di andare in grotta per capire se le sensazioni, le immagini, in sostanza se quello che voleva evocare con il suo lavoro fosse corrispondente sia alla sua visione sia al rapporto con la realtà della grotta.

Siamo alla fine di questa seconda puntata nella prossima scopriremo il mondo delle grotte e come mai Trieste è la città con più gruppi grotte attivi al mondo.

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