L'uomo nella videocamera

 

L'uomo nella videocamera

L’uomo nella videocamera

All’ultimo Trieste Film Festival ho avuto l’occasione di organizzare e moderare un incontro sulla realtà virtuale ed il cinema. L’obiettivo principale del panel al quale hanno partecipato artisti, videomaker e ingegneri informatici era di capire se esiste un cinema VR o se si sta creando un vero nuovo linguaggio.

Inquadratura vs. non inquadratura?

Come prima cosa definisco il mezzo oggetto di indagine: la ripresa a 360°.

La più grande differenza dalla ripresa “normale” o “inquadrata”, alla quale siamo abituati, è il fatto che non esiste inquadratura. Nella ripresa a 360° non esiste un primo piano, non esiste un campo medio, non esistono più le inquadrature come le intendiamo nel cinema classico e, sinceramente, devo dire che, derivando da quel tipo di linguaggio, ho avuto un po’ di difficoltà all’inizio ad immaginare le inquadrature. Chi, come me, lavora spesso sul campo, dove non esiste uno storyboard con una serie di inquadrature predefinite, spesso le immagina e crea una sorta di montaggio mentale. Tutto questo nel video a 360° non si può fare o meglio si deve fare diversamente.

Nel video a 360° l’elemento pregnante diventa ancora di più l’esperienza, per il semplice fatto che l’inquadratura è una soggettiva continua ed, in quanto tale, la videocamera diventa lo spettatore, diventa il personaggio, diventa il centro del mondo circostante.

Chi lavora nel mondo video capirà immediatamente la potenzialità di questo nuovo metodo di ripresa perché, idealmente, permette di creare tanti racconti all’interno di un singolo grande racconto.

Il racconto: l’ambiente, i personaggi e…

La modalità di visualizzazione dei video a 360° permette di decidere dove guardare. Non siamo più obbligati a guardare l’inquadratura o il dettaglio scelto dal regista, ma possiamo anche guardare il panorama o il punto del video dove non c’è azione. Prendiamo un film tra i miei preferiti ovvero Blade Runner. Tutti ricordiamo la scena di Roy e Deckard sul tetto dell’edificio,la famosa scena dei “momenti perduti come lacrime nella pioggia”. Le inquadrature saltano tra Roy e Deckard nel classico montaggio campo-controcampo del dialogo. Proviamo ad immaginare questa scena ripresa a 360°. La videocamera posta al centro tra i due e noi come spettatori possiamo decidere dove guardare. Possiamo scegliere Roy o vedere solo le reazioni di Deckard oppure guardare la strada sotto o il cielo plumbeo di Los Angeles. Il montaggio non esiste in una scena del genere girata a 360°. il montaggio lo fa lo spettatore.

Quest’anno all’Academy Award o se preferite agli Oscar è stato candidato per la prima volta un corto di animazione prodotto da Google di nome Pearl.

 

In questo corto si vede perfettamente il discorso che vi ho descritto nell’ipotetico Blade Runner a 360. Se notate noi spettatori diventiamo l’ambiente, l’oggetto e contemporanemante i testimoni della storia. A mio avviso è un mezzo potentissimo per raccontare.

Cinema o no?

Se ci soffermiamo alla definizione del cinema come arte performativa basata sull’illusione dell’immagine in movimento la ripresa a 360° entra a farne parte a pieno titolo e si aggrega al cinema come ulteriore tecnica di ripresa. se ragioniamo al cinema come arte di raccontare per inquadrature siamo sicuramente all’alba di un nuovo linguaggio nel cinema.

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